Peru’: incontro con il curandero delle Ande

Un’esperienza insolita nei pressi di Cusco svela il lato più misterioso e spirituale del Perù.
Quando salgo sulla jeep nella piazza di Cusco, “l’ombelico dei mondo” per gli Incas, capisco che il tragitto che mi separa dal piccolo villaggio andino di Huasao non sarà allietato dalle solite allegre conversazioni.

Renè, l’autista – guida, è muto e imbarazzato. Sono stata io a chiedere. Sono stata io ad insistere.

Non volevo lasciare il Perù senza aver avuto il piacere di conoscere un curandero, o meglio un Maicia, come si dice nella lingua originale, il quechua.
Molto spesso noi occidentali ci facciamo spingere dalla curiosità fine a se stessa e, altrettanto spesso, sfoggiamo tutta la nostra presunta superiorità e la nostra provocatoria arroganza nei confronti di tradizioni e culture secolari.

Troppo spirituali, troppo mistiche per essere comprese o per lo meno rispettate da chi ha fatto della Ragione la guida della propria esistenza. Facilmente spiegabile dunque l’imbarazzo di Renè che, anche se non ne parla volentieri a una “gringa”, alle sue radici, alla sua storia, ai suoi Apu e ai suoi Waminis (gli spiriti delle montagne) ci crede. Davvero.
Non per convenienza o per farsi assolvere dai suoi peccati. Quando arriviamo a Huasao mi accorgo subito di non essere capitata nel solito villaggio andino per turisti. Sulle strade di terra battuta si alternano contadini con le loro provviste, bambini che giocano, galline che razzolano, qualche maiale che grufola, donne avvolte in abiti semplici ma coloratissimi.

Un vitellino di pochi giorni succhia il latte della madre, proprio sul sagrato della chiesetta cattolica costruita con mattoni e fango. Testimonianza discreta, almeno qui, di una dominazione, quella spagnola, che seppur violenta e intollerante, non è riuscita a strappare dai cuori degli indios i loro valori, le loro credenze, i loro segreti.
Quando la macchina si ferma guardo la piccola casetta che ho di fronte: due piani, due stanze, un cortile pieno di animali. Dalla stanzetta al livello della piccola aia esce un uomo sulla quarantina. Due occhi neri, grandi e profondi, mi scrutano. Lo sguardo sereno, il sorriso dolce, le mani forti, la corporatura tipica di queste popolazioni, con il torace molto più largo dei nostro, adatto a vivere senza problemi a 3-4 mila di altitudine.
È Martin Pinedo Acuna, il maicia che volevo conoscere. Mi fa cenno di entrare.
Lui parla quechua. Per questo Renè starà con noi, per spiegarmi ciò che non riuscirò a capire. Il quechua si tramanda di padre in figlio, si parla nei villaggi, si canta nelle tristi melodie andine ma, purtroppo, inesorabilmente, si sta perdendo.
Quello che Martin non vorrebbe perdere, e me lo dice subito, sono gli insegnamenti che gli ha trasmesso suo nonno prima di morire. Suo nonno era un gran maestro spirituale andino e aveva raggiunto livelli di conoscenza molto superiori ai suoi. Lui è al primo livello della gerarchia di quelli che noi chiamiamo curanderos. La strada che deve percorrere è ancora lunga, lo sa. Per ora mette a disposizione di tutti coloro che glielo chiedono le sue capacità.
Mi guardo intorno: la stanzetta è illuminata da una luce fioca. Non ci sono mobili fatta eccezione per un tavolino, una piccola panca.

Tutti gli oggetti sono sparsi lungo le pareti. Tra questi, mucchi di erbe varie, bottigliette con infusi, pietre ed enigmatici amuleti, sono i suoi “strumenti di lavoro”, quelli con cui cerca dì curare i corpi e le anime di coloro che hanno fiducia in lui.
Appeso in un angolo c’è un condor, il simbolo della forza e della libertà, imbalsamato.
Serve per i riti segreti, per far scendere dalle cime delle montagne gli Apu, che sono poi gli spiriti guida, una specie dei nostri angeli custodi. Sul tavolino una mesa, cioè un pezzo di stoffa colorata.
Raccoglie le foglie di coca che Martin utilizza per leggere passato, presente e futuro di chi gli sta di fronte. Lo fa anche con me e indovina. Dice cose del mio passato che certamente non può conoscere, intuisce il mio presente in modo chiarissimo e mi predice il futuro.
Un futuro che mi piace, e che non escludo possa realizzarsi. Ma su questo non esprimo giudizi.
Sono occidentale e se il cuore mi suggerisce una mossa, la Ragione immediatamente mi riconduce su quella che consideriamo “la retta via”.

La tensione iniziale si è comunque sciolta e il rapporto con Martin si è fatto più diretto, più cordiale. Sicuramente, lui che è capace di vedere ciò che gli occhi non vedono, ha capito che da parte mia c’è grande rispetto per lui e per le sue radici che sembrano perdersi nella notte dei tempi.
Per questo, forse, dopo aver chiesto il permesso alla Pachamama (la Madre Terra, la Madre Natura, venerata dalle popolazioni andine e base di tutto il loro spiritualismo), mi propone una cerimonia alla quale pochi hanno la fortuna di partecipare.
Si tratta di invocare su di me la protezione degli Apu, cioè di caricarmi di un’energia positiva che mi aiuterà a superare le difficoltà quotidiane. Accetto con entusiasmo.
Non so esattamente cosa accade da qui in avanti. Posso solo garantire che non sono sotto effetto di stupefacenti o droghe, in quanto non ingerisco assolutamente niente.
Mentre Martin ripete invocazioni incomprensibili e suona ritmicamente un tamburo, gli Apu arrivano.
Il condor imbalsamato comincia a sbattere le ali velocissimamente, scoppi e botti rimbombano nella piccola stanza.
La paura iniziale lascia il posto ad una grande serenità e alla certezza di assistere a uno spettacolo insolito e misterioso.

Sarà un trucco, si dice subito la mia parte razionale. Sarà. Ma il dubbio resta, anche perché, non sono negli studi di Hollywood o di Cinecittà, sono in una stamberga in cui la tecnologia e gli effetti speciali non sono ancora arrivati.
Resta il fatto che questa esperienza mi è servita a capire che esistono culture e tradizioni, diverse dalle nostre, che vanno rispettate e che nulla potrà distruggere perché fanno parte della sfera più intima di popoli che, con troppa faciloneria, definiamo sottosviluppati.
Non so se il nuovo patto tra Madre Terra e uomo, che i successori degli Incas auspicano per vivere meglio, si avvererà. Non so se riusciremo mai ad imparare e comprendere la Terra su cui viviamo, l’Universo che ci circonda. So che questi curanderos non sono legati da alcun dogma religioso, ma dalla conoscenza e dal rispetto delle forze della natura. Per noi occidentali è difficile capire.

Da noi i presunti “maghi” e “stregoni” sono solo macchine fabbrica soldi, che estorcono denaro in cambio del nulla. Martin non si fa pagare, lo fa perché ci crede.
Mi saluta dicendo che è difficile ritrovare l’armonia perduta, ma che spezzando le gabbie che ci circondano si può. Mi suggerisce di portare sempre con me la pietra morta che dà energia, la meteorite, e un’ametista per curare il mio mal di testa (come fa a sapere che ne soffro?).
Mi sorride e accompagnandomi alla jeep mi mostra sei persone, quattro donne e due uomini indios che attendono pazientemente il loro turno per essere ricevuti. Anche Renè mi guarda e sorride salendo in macchina. La Chakana, la Croce del Sud, sta già sorgendo dietro a un’alta montagna innevata, sulla cui cima, forse, sta uno degli Apu che è venuto a salutarmi.
Ti porterò nel cuore, terra misteriosa. E quando a Milano l’inquinamento e le troppe luci non mi permetteranno di vedere le stelle, ripenserò a quelle che ho visto qui e che si sono fissate nella mia mente.
Per sempre.

2018-11-24T12:45:40+00:00

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